giovedì 29 novembre 2007

Annapolis: chi vince e chi perde


di Gianni Galleri
Il 13 settembre 1993, Arafat e Rabin si stringevano la mano, davanti ad un sorridente Clinton, la pace sembrava ormai ad un passo. Quattordici anni dopo, Abu Mazen e Olmert si incontrano di nuovo per cercare di venire a capo a una situazione sempre più complessa. Annapolis è stata la città designata ad ospitare l'incontro che ha il sapore di ultimo appello per i due litiganti. Il meeting però non è soltanto il tentativo ultimo di ricucire strappi storici e ammansire antichi odi, rappresenta anche un momento intenso di comunicazione per tutti coloro che vi partecipano e anche per coloro che, volenti o nolenti, non sono stati invitati.

Bush, Olmert e Abu Mazen


Per l'amministrazione Bush, vicina alla fine del mandato, la conferenza di pace potrebbe in parte servire a ripulire l'immagine negativa che il mondo ha di lei. Dopo essersi compromesso con due guerre, questo tentativo appare per il Presidente statunitense l'ultima possibilità di togliersi di dosso l'etichetta di guerrafondaio.
Le “dolorose concessioni” di cui parla Olmert probabilmente non avverranno ad Annapolis, ma chi si gioca una grossa fetta di credibilità politica sono proprio i due rappresentanti di Israele e Palestina. Entrambi hanno bisogno di risultati da poter sventolare al rientro a casa, ma entrambi hanno ad attenderli un'opposizione che non farà sconti. Abu Mazen e Olmert hanno in sostanza le mani piuttosto legate.

Hamas e Iran


La situazione cambia se si osserva chi manca al tavolo delle trattative. Due nomi saltano subito agli occhi: Hamas e Iran. La scelta USA di non aprire le porte al partito vincitore delle elezioni palestinesi ha compattato i ceti che lo sostengono, e le manifestazioni in Palestina ne sono l'esempio. Da questa sorta di scomunica, Hamas ricava un'investitura agli occhi di tutti i musulmani che non si trovano sulle posizioni di Washington, screditando invece Fatah. Per quanto riguarda l'Iran, non essere ad Annapolis significa una volta di più diventare il nuovo antagonista agli Usa e contrapporsi fortemente a Paesi come Arabia Saudita ed Egitto, che da sempre le contendono l'egemonia sulla regione.

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