venerdì 30 gennaio 2009

Piazza Farnese, la mafia, Di Pietro, i media.


di Laura Liucci

Sembrava di sentirli i pensieri della piazza. Borsellino muore ogni giorno, da lassù. Falcone lo stiamo uccidendo ancora e ancora. I loro cari non avranno più la possibilità di pensare al loro sacrificio come a qualcosa che abbia davvero avuto un valore per l’Italia. E ancora, come si può restare ciechi e sordi davanti a una situazione tanto delicata, ma soprattutto: cosa resterà di questa giornata? Cosa arriverà a chi oggi non è qui? Niente. Domani nessuno ne parlerà.


Sbagliato. Il giorno successivo ne parlavano tutti. Titoloni a centro pagina, aperture dei telegiornali. . Ma non era davvero questo che pensavo avrebbe meritato la luce dei riflettori. Alla ribalta mediatica non sono salite le parole dei familiari delle vittime di mafia che, sul palco, una ad una, chiedevano alle istituzioni perché ancora oggi non possono sapere chi sono i mandanti e il perché della morte di padri, figli, fratelli, con alle loro spalle le immagini del capo del governo – sorridente – abbracciato a Dell’Utri e a Mangano. Alla ribalta non sono salite le parole di Salvatore Borsellino, che accostava la morte di suo fratello alla morte morale e lavorativa dei magistrati – De Magistris, Forleo, Nuzzi, Verasani, Apicella - a cui non è più permesso indagare su chi non deve essere indagato, su chi non deve essere toccato. L’attenzione dei giornalisti non è stata richiamata neanche dalle parole dei loro colleghi Travaglio e Vulpio che, non nuovi a questo tipo di iniziative, continuano a cercare di informare attraverso mezzi come la rete o le piazze, dove nessuno – ancora – può vietargli di scrivere o parlare. Quando è stato il turno di Beppe Grillo e delle sue accese e colorite invettive ho davvero creduto di veder uscire dalle sue labbra i titoli a caratteri cubitali dei giornali del giorno seguente. Pensavo, guardando lo slogan della manifestazione: “IO SO”.


Invece io non sapevo. Non sapevo che di una bella giornata che celebrava la democrazia – quello che ne è rimasto in Italia era in piazza ieri – sarebbero rimasti solo vuoti e pretestuosi attacchi incrociati, senza colore e senza dio, alle parole dell’On. Antonio Di Pietro, reo di aver “offeso” il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, giudicando “poco da arbitro e poco da terzi” il contegno da lui assunto nelle vicende giudiziarie che hanno animato ultimamente il dibattito politico. Un garante dello Stato di diritto, che sancisce la divisione dei poteri su cui si basano le democrazie moderne, può davvero ritenersi “offeso” se viene apostrofato di restare in silenzio davanti a vicende come quella della sospensione di Apicella – un esponente del potere giudiziario - chiesta dal Ministro della Giustizia Alfano – un membro dell’esecutivo? .

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